A pochi giorni dall’approvazione del disegno di legge sul lavoro agile (28 gennaio) e in vista della terza giornata ad esso dedicata (18 febbraio), s’impone una riflessione sugli impatti positivi dello smart working.

L’Osservatorio del Politecnico dedicato al tema, in una sua recente ricerca, ha rivelato che “nel 2015 il 17% delle grandi imprese ha messo in atto progetti strutturati di smart working rispetto all’8% nel 2014. E anche là dove manca un approccio organico, una compagnia su due ha comunque adottato iniziative tese a creare maggiore flessibilità in termini di spazi, orari e organizzazione”.

Si tratta perlopiù di aziende di grandi dimensioni, ma confidiamo che con il nuovo decreto le iniziative possano trovare nuove slancio.

Uno dei pionieri del lavoro agile in Italia è Accenture, che lo applica regolarmente già dal 2009 e oggi coinvolge nel progetto, che può essere esercitato per 2 giorni alla settimana, più dell’80% dei dipendenti stanziali (ufficio legale, marketing, finanza, risorse umane).

I risultati monitorati dall’azienda sono ottimi, in termini di sostenibilità ambientale e sociale, migliore qualità della vita dei dipendenti,  risparmi in termini di ottimizzazione degli spazi e riduzione dei costi, maggiore efficienza dei lavoratori.

Non stupisce che nell’ultima analisi sui trend tecnologici mondiali realizzata dalla società emerga come nell’era digitale a crescere con successo saranno le aziende che adotteranno un approccio “people first”.

Tornando al tema, secondo il Politecnico, la diffusione dei nuovi modelli di smart working porterebbe ad un risparmio di 37 miliardi di euro per il sistema Paese, a partire dall’impatto più evidente e drammaticamente attuale, la riduzione dell’inquinamento.

E’ sufficiente avere una telefono e una connessione per applicare il lavoro agile, ma è nella cultura d’impresa che deve essere concepita una vera rivoluzione