Auditel? I sondaggi di opinione? Gli exit poll? La scienza statistica ha fatto e disfatto governi e stili di vita; ha plasmato l’immaginario collettivo con stereotipi e falsi miti. Il tutto nel nome del 3 x 2 della sociologia, del pallottoliere delle nostre brame, del calcolo delle probabilità. Adesso però non c’è più spazio per l’immaginazione: ci sono le tracce digitali, i segni che lasciamo ad ogni passaggio della nostra giornata.

Benvenuto nell’era del big data. Dell’intelligibilità delle persone e delle cose. A cominciare dagli spostamenti (la sim del telefono), poi con le carte di credito, gli acquisti on line, l’uso delle mappe digitali.  Non bastasse ecco i social network, debitamente e inesorabilmente monitorati, che riflettono in real time il nostro stato d’animo, quello che pensiamo, che facciamo. A ben leggere anche quello che non riusciamo a dire con i post. Benvenuto nella copia virtuale della nostra vita. Elaborare questi dati non è banale, ma non richiede nemmeno investimenti proibitivi e può essere realizzato in poco tempo: data science è la nuova Bibbia per capire come funziona il sistema, come creare lavoro, sostenere imprese, guidare la pubblica amministrazione, rendere più efficienti e sicure le nostre città. Una mole enorme di dati provenienti da un’infinità di fonti dagli uffici di statistica alle amministrazioni pubbliche, passando per internet. Questo è il regalo che le nuove tecnologie fanno a chi sa orientarsi nel mare dei big data. Anche le informazioni più banali presenti sui social network, infatti, se ben analizzate, possono diventare un valido strumento per creare PIL e occupazione.  Ma soprattutto uno strumento fuori discussione per vivere il ‘senno del poi’ invece di rincorrere l’avevamo detto’. Una rivoluzione nella gestione della conoscenza.