La rete ha creato un mondo che vive di luce propria, anzi di dati propri. Nuovi modelli basati su dati certi che non aspettano altro che nuove angolature di lettura e, soprattutto, nuove modalità decisionali: qualsiasi evento, qualsiasi dinamica, qualsiasi analisi di prodotti e servizi o di processi letta dal punto di vista dei dati propone visioni originali e innovative.

Sapete qual è il paese per matti? La Romania, in assoluto, il 45 per cento della spesa sanitaria totale è collegata alle malattie del cervello. Segue Polonia, Lituania, Ungheria… per qualche bizzarro motivo quasi tutti i paesi del cosiddetto Est. Il Paese più ‘sano’? La Svizzera, manco a dirlo. E il paese europeo che spende di più (percentuale del Pil) in pensioni? L’Italia? Niente affatto: è la Grecia (24, 1 %), seguita dal ricco Lussemburgo (23), dalla Slovenia e in seguito l’Italia (al 13%). Quelli che meno si preoccupano degli anziani? L’Estonia (4,9), la Lituania, la Polonia ma anche l’ineffabile Regno Unito.

A curiosare negli stili di vita degli altri attraverso i numeri si scoprono tante cose sorprendenti. La verità è che aggregando, analizzando e interpretando i dati la musica cambia. Lasciamo tracce delle nostre attività ogni giorno, utilizzando i nostri smartphone, accedendo ai social network, pagando un libro su Amazon o facendo un bonifico sul portale della nostra banca. E’ un mondo di ‘Big Data’: enormi flussi informativi che i ‘Data Scientist’ analizzano quotidianamente per potenziare le attività di marketing delle aziende o per monitorare l’orientamento politico dell’elettorato.

Dunque abbiamo una nuova, un’altra verità, che non è opinione ma lettura di dati spesso molto vicini all’essere inconfutabili.

Astenersi dichiarazioni politiche e intenti mancati…

Insomma c’è il giornalismo in crisi di identità, travolto dai social, mortificato dalla crisi editoriale, di valori, in odore di faziosità, in regime di osservanza al marketing e alla comunicazione… e poi c’è quello dei dati. Che racconta altre storie, non certo verità rivelata, ma significativamente sostenute da dati (appunto) di fatto. La materia prima c’è in abbondanza dunque: i dati crescono a dismisura minuto dopo minuto e sono sempre più accessibili. Dobbiamo imparare ad usarli per crescere come individui e come Paese. Una partita importante anche se mancano ancora i giocatori.

Stiamo perciò definendo una domanda che è di profili professionali e d’impresa. Un mercato potenziale enorme che travolge le regole tradizionali del gioco mediatico.

Parlare il linguaggio dei dati ci porta velocemente ad imboccare un’altra strada legata al grande tema dell’innovazione digitale e che apre con decisione e ne segna un’altra, affatto secondaria: il ruolo civile, di responsabilità e a difesa della legalità che il data journalism può assolvere. Senza se e con pochi ma.

Proprio nel momento in cui la tecnologia digitale libera risorse sconfinate e territori di comunicazione inesplorati, il tema della libertà di espressione per chiunque si associa – inevitabilmente – a quello della garanzia sulle fonti. Chi parla, anzi scrive, per conto di chi e su quali basi? Possiamo fidarci?

I numeri parlano da soli…