Il 17 aprile si terrà un referendum in Italia per decidere se consentire o meno le trivellazioni a pochi chilometri dalla costa.

Non è questo il luogo per discutere le ragioni del si’ o del no, anche se potendo esprimere la mia personale opinione ritengo che lo sviluppo e la sostenibilità siano ben lontani dall’economia petrolifera e che le risorse naturali e culturali del paese dovrebbero, ad occhi lungimiranti, essere scontatamente da preservare.

Ciò che preoccupa è il silenzio attorno ad un referendum chiesto da 9 regioni e sostenuto da tutte le associazioni ambientaliste. La maggior parte della popolazione italiana ad oggi non ha ricevuto informazioni né sul referendum, né tantomeno sul quesito che esso pone, e la scelta del governo di non voler accorpare il referendum alle amministrative rende l’obiettivo del quorum alquanto difficile da raggiungere. Senza contare l’ovvia duplicazione dei costi (diverse centinaia di milioni di euro) per la doppia chiamata ai seggi.

Sicuramente ne gioveranno le imprese dell’estrazione e dell’energia contrarie al referendum, ben rappresentate in parlamento come nel sistema mediatico, a giudicare dall’oscuramento scelto dai media, in particolare televisivi.

Quando si sceglie di non fare informazione in campo politico, l’effetto è quello di non permettere all’elettore di scegliere in modo libero e consapevole.

E quando le istituzioni sono chiamate a dare voce e visibilità, ma sono in gioco importanti interessi economici, chissà perché, cala il buio.

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